Istituto Leonardo Da Vinci Genova

Viaggio nel Buio

Liceo scientifico statale Leonardo da Vinci Genova

IMMIGRAZIONE

Uno dei temi più discussi, una parola che negli ultimi anni riempe la bocca della maggior parte della popolazione, spesso utilizzata senza attribuirle il giusto peso, estraniandola dal suo vero significato.

Numerose sono le richieste d’aiuto che giungono al nostro paese da chi, soffocato dalle difficoltà, non trova soluzioni diverse dalla fuga.

Viaggi pericolosi, lunghi, costosi, che non assicurano nulla, danno solo speranza a persone che, nel proprio paese, di speranza non ne hanno più.

Moltissime storie di uomini, donne e bambini in fuga da un destino crudele e ingiusto, come quella di Diakite, un ragazzo che ho avuto la fortuna di conoscere insieme alla mia classe durante un conferenza sul tema dell’immigrazione, il racconto della sua vita in Mali , il viaggio verso la felicità, la sua speranza, ma soprattutto la sua immensa voglia di vivere mi hanno colpito molto, e dalla sua esperienza ho tratto spunto per il mio racconto.


LEENA

Ciao mi chiamo Leena ho undici anni e abito in un piccolo paesino nella periferia di Napoli, non da sempre però, prima avevo un’altra casa, altri amici, la pizza non era il mio piatto preferito, non avevo una cameretta tutta mia, un letto caldo, acqua cristallina da bere, notti silenziose da dormire; prima abitavo giù, in Sudan.

La vita era difficile, mamma e papà non li vedevo quasi mai, lavoravano, tantissimo. I soldi, spesso, non bastavano, a volte il mio papà non mangiava, mi diceva di non aver fame, ma io sapevo.

A scuola non ci andavo più, costava, troppo, inoltre era lontana, i bombardamenti erano sempre più numerosi e il tragitto per raggiungerla sempre più pericoloso.

Passavo le giornate tra le macerie, a giocare con i miei amici: acchiapparella, nascondino, tentavamo di ingannare il tempo e la paura con il sorriso; la notte pregavo, pregavo di ritrovare i miei genitori sempre lì, accanto a me, la mattina seguente, avvolti nella coperta stracciata che ci proteggeva dal freddo, pregavo di rivedere la luce, il sole, il cielo azzurro con le sue bianche e morbide nuvole.

Le esplosioni, gli scoppi, i corpi morti di amici e conoscenti straziati a terra erano sempre più frequenti, il rumore assordante degli elicotteri nemici più spaventoso ed inquietante, e la possibilità di sopravvivenza si vanificava; partimmo.

Ricordo ancora la stanchezza, le mie piccole e fragili gambe erano doloranti, la fame sempre più opprimente, ma non mi fermavo, un piedino davanti all’altro, continuavo, nella speranza di una vita migliore.

Camminammo per giorni e giorni, non so con precisione quanti, ero piccola, forse non sapevo nemmeno contare, capitava che incontrassimo poliziotti che chiedevano soldi , erano insistenti, violenti, e le minacce che subimmo furono spaventose; spesso non avevamo un riparo dove passare la notte, a volte dormivamo in scatoloni di cartone, ninnati dallo squittio incessante dei topi.

Gli ostacoli furono moltissimi, i pedaggi da pagare troppi e i soldi per pagarli troppo pochi; Presto fummo presi in ostaggio, imprigionati, insieme a tantissimi uomini, donne e bambini, in cerca di felicità come me, il mio papà e la mia mamma.

Venivamo picchiati, denigrati, minacciarono papà di morte e mamma, come altre donne, ogni tanto, veniva portata via, in una stanza vicina, urlava, piangeva, mentre loro, quegli spregevoli uomini incappucciati, ridevano. La paura si trasformò presto in ribrezzo, odio e rabbia, riuscimmo a scappare, dopo molta sofferenza, ma scappammo.

Fummo costretti a fermarci in una piccola cittadella per un paio di settimane, non avevamo più soldi, papà andava alla ricerca di lavoro di giorno mentre mamma la notte; ero impaziente, volevo riprendere il viaggio il prima possibile, arrivare là, dove, come aveva detto papà, tutto brillava.

Ci rimettemmo in cammino. Pagammo l’autista che ci avrebbe portato sino in Egitto, ci stipò nel camion e ci impose il silenzio, fu un viaggio teso, ne andava della nostra vita futura, c’era paura, ma anche tanta speranza. Non ci furono interruzioni durante il viaggio, fu lungo.

Il buio, quel silenzio quasi assordante, i gemiti dei bambini che lamentavano la fame, le promesse dei grandi in cui, ormai, non credevo più, resero il viaggio quasi insopportabile, volevo urlare, scappare, e correre finchè ne avrei avuto le forze; non lo feci, forse fu l’istinto di sopravvivenza a tenermi lì, seduta, contro

la parete del camion, forse non ero audace come credevo, mi mancò il coraggio, o forse, in fondo, a tutte quelle cose belle che mi raccontava il mio papà sull’Italia, ci credevo ancora.

Giunti in Egitto restava solamente un ultimo ma pericoloso passo, c’era solo il mare da vincere, quel mare nero, profondo, tumultuoso, assassino molte volte.

Ricordo molto poco dei giorni prima della partenza, erano pieni, frenetici, mamma e papà erano agitati, io stavo in disparte invece, osservavo, ma ero assente, avevo troppa paura credo, cercavo di non pensare, di evitare i problemi e i timori.

Era mattino presto,il sole non era ancora totalmente sorto, non dovevamo farci notare, pagammo lo scafista e ci imbarcammo sul peschereccio; eravamo moltissimi: donne, bambini, madri, padri, nessuno fiatava, tutti erano spaventati da quel viaggio che avrebbe potuto segnare un nuovo inizio ma anche una drastica e infelice fine.

Il mare scuro e tempestoso che ci scaraventava ed aggrediva sembrava non finire mai, i bambini come me cominciarono a piangere, i genitori tentavano di calmarli, la paura della morte si faceva sempre più persistente, l’acqua iniziò ad entrare nel motoscafo, vedevo la terra, irraggiungibile ormai, l’imbarcazione iniziò ad affondare, c’era chi tentava la salvezza a nuoto, chi piangeva, chi urlava, ero terrorizzata: svenni.

Sento ancora quelle voci, sconosciute, mi chiamavano, conoscevano il mio nome, aprii gli occhi, mi vidi circondata da una massa informe di persone che ancor non riuscivo a mettere bene a fuoco, erano tutti vestiti di bianco, angeli forse?

Mi coprirono, mi offrirono qualcosa da mangiare, raccontai loro tutto, la mia storia, i miei timori, della mia mamma e del mio papà che non sapevo dove fossero, mi aiutarono.

Nel tempo di pochi giorni i soccorritori riuscirono a mettersi in contatto con i miei genitori, mi raggiunsero al campo profughi, ero felice.

E’ passato qualche anno, è stato difficile, ambientarsi, riprendersi ma ora sono qui, nella mia nuova e sicura casa seduta sulla mia sedia rosa, davanti ad un computer a raccontare la mia storia, la mia nuova me e la mia nuova vita.

Immigration

This is one of the words we frequently hear in our life through newspapers, television, Internet and many other information tools.

Considering that we often hear this word sometimes we do not give it the appropriate weight and importance. It is significant to understand that behind a simple word may be problems and consequences. There are many reasons why a population comes to leave their land and it often happens because they are obliged to do it for reasons that must not be undervalued, such as: the wars , poverty and food shortages due to famine, natural calamities, religious persecution and the hope of finding prosperity in a new country.

It is not always possible to migrate to a more developed country because, considering that the economic opportunities are scarce, they have to cope with difficulties and dangers. Italy, like other European countries, is one of the destinations that they try to reach hoping to find a better life; unfortunately this is not always the case because too often we hear that money is never enough to accommodate all people who need help.

Once in Italy immigrants are so very often obliged to exist clandestinely to avoid being sent back to their own land.

Another problem is that often they do not have a job and so they are subjected to black market and cannot but join criminal organizations. Fortunately, there are also associations that deal with people in difficulty and we have had the opportunity to meet one of their members during a conference about the story of a boy who had escaped from Mali. He finally could realize his dream, he has become a football player and a coach for children in this sport.

After all there is only a short span of sea between us and them.

Risposte

Vedo il sole ma non vedo la luce
vedo il mare ma non dove ci conduce.
Attorno a me, persone con grandi zaini
colmi di storie forse troppo pesanti;

gravi a tal punto da non riuscire a galleggiare
nel tanto amato e odiato mare.
Vedo la vita giocare a dadi con la morte,
vedo l'impotenza dell'uomo di fronte alla sua sorte.

Io, intrappolato in queste morse
dove l'unica certezza è l'incertezza
e dubbi le mie uniche risposte.

Ma è solo la mia consapevolezza
di questi soffocanti " Forse ",
che mi accompagna con amarezza...