Liceo Gramsci di Sassari

La storia insegna ma non ha scolari

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.

[…]

Parlano lingue  incomprensibili, forse dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina.

[…]

Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici, sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro. I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali.”

Relazione dell’ispettorato per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani, Ottobre 1919

 

Nel 1919, durante le migrazioni verso l’America, noi Italiani eravamo visti come noi, oggi, vediamo i migranti. Anche noi eravamo degli emarginati, esclusi perché diversi, perché ritenuti pericolosi. Anche i nostri connazionali, esattamente come gli abitanti dell’Africa e dell’Asia Meridionale, abbandonavano le loro case per scappare altrove, con la speranza di trovare un futuro migliore. Eppure ci sembra di non ricordare tutto quello che hanno passato i nostri trisavoli: allontaniamo i rifugiati, li riteniamo pericolosi, dei criminali. Non offriamo loro l’accoglienza di cui avrebbero bisogno; non soddisfiamo le loro esigenze perché, ai nostri occhi, sono persone che quasi non meritano il nostro rispetto.

Se non come fratelli, potremmo almeno vederli come parenti; “relatives”, dicono gli inglesi, e rende meglio ciò che siamo: vicini, accomunati da qualcosa, in qualche modo imparentati da quella che per l’uomo è una necessità: muoversi, e il “movimento” non può essere fermato .

“Le specie che rimangono chiuse dentro i confini sono praticamente condannati,  perché non vi è mescolanza.

O ci attrezziamo e li accogliamo per bene, oppure ci mettiamo veramente all’opera e operiamo nei loro Paesi.” Queste le parole dell’archeologo Rubens d’Oriano, venuto a farci visita per discutere della storia dell’immigrazione attraverso i secoli.

Senza le migrazioni la società odierna non sarebbe com’è adesso, e nemmeno, nel suo piccolo, la nostra città.

Olbia, infatti, da sempre è stata fulcro dell’incontro tra varie civiltà: Punici, Fenici, Greci, Romani hanno dato il loro contributo affinché un “piccolo borgo” come il nostro diventasse multietnico e accogliesse genti da ogni parte della Sardegna e del Mediterraneo.

Durante il nostro incontro all’Informacittà abbiamo scoperto che anche ad Olbia, benché non sia presente nessun centro di accoglienza,  esiste una realtà in cui i migranti devono affrontare un lunghissimo iter burocratico per diventare a tutti gli effetti cittadini alla pari degli altri.

Queste procedure per ottenere la cittadinanza italiana ci sono state esposte anche da alcuni agenti della polizia.

Durante quest’ultimo incontro abbiamo avuto modo di approfondire ciò che ci era stato spiegato dai mediatori linguistici provenienti dal Marocco, che lo hanno vissuto in prima persona.

Il nostro ultimo incontro è stato in presenza del  fotografo naturalista Egidio Trainito, biologo marino che studia la flora e la fauna di Lampedusa;  ci ha spiegato  come, anche sotto l’aspetto naturale, l’isola sia luogo d’incontro di varie specie animali e vegetali, riconfermando il suo status di punto d’unione.

Punto d’unione tra due placche terrestri, due continenti, centinaia di culture.

Come possiamo ignorare un’isola tanto centrale?

  L’Africa finisce a Lampedusa.