Al ritorno… il desiderio di riflettere e di raccontare.

Lampedusa entra nella carne, irrompe nella mente e lascia in bocca un sapore amaro, quello del sale e dolce, quello dell’accoglienza.
Con la volontà e la determinazione di fare memoria della tragedia del 3 ottobre 2013, si è costruita un’occasione irripetibile.

La qualità dei workshop è stata davvero apprezzabile, la loro forza è stata quella della concretezza. Abbiamo condiviso fatti, azioni, persone. Proprio queste persone sono sopravvissute a quel terribile evento; ragazzi e ragazze che abbiamo conosciuto, abbiamo ascoltato, toccato, a cui abbiamo sorriso.

Molte domande occupavano la nostra mente: “Come può una madre affidare ad un trafficante il
proprio figlio?”, “Come si può stare chiusi per ore, giorni, seminudi in una stiva dove l’aria manca e la morte ti siede accanto?”, “Come può un corpo umano sopportare tanta sofferenza fisica e psicologica?”, “Perché abbracciare la morte con un figlio in grembo e due stretti per mano? Come? Perché?

Ci hanno risposto.
Nessuno di loro sarebbe voluto partire, nessuno. “Libertà era restare”, ma nei loro paesi schiacciati da dittature, violenze, povertà la libertà non esiste. Meglio morire alla ricerca di un po’ di pace. Su 10 persone che partono, solo due o tre resteranno in vita.

Ci ha sconvolto la lettera che uno dei sopravvissuti ha letto davanti alla folla che ha marciato fino alla porta d’Europa. Era indirizzata al fratello morto il 3 ottobre. È stato un grido di dolore composto ma penetrante di chi è rimasto nella sofferenza e ripete “per fortuna che non ci siamo scambiati”, per fortuna che sei morto tu ed io devo portare questo dolore e questo fardello tanto pesante sulle spalle.

Il reading finale con il violinista siriano Alaa Arshid ha riempito il cielo di Lampedusa con la forza delle note e delle parole: due storie di chi ce l’ha fatta ed ora chiede solo una cosa: portare a casa i propri morti. Hanno disperso in mare i loro affetti, i loro sogni, le speranze, ma per darsi un futuro hanno bisogno almeno di piangere, di ricordare il loro passato.

Si ritorna a casa, diversi, arricchiti, desiderosi di raccontare, di agire perché abbiamo capito che l’immigrazione non è un problema, non è un’emergenza, ma è un fenomeno che va gestito insieme senza paura.

Prof.ssa Silvia Pascucci (Gruppo Marche, Ancona)
Gli alunni: Sara Filippetti, Marie Juliette Lizzardi, Giulia Mancinelli, Ricci Pietro

Pubblicato in: live